“Follia è fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati differenti” – Einstein

Il principio metodologico che caratterizza il nostro modello di Problem Solving Strategico è la Ricerca-Intervento, che si muove attraverso il costrutto Lewiniano del “conoscere-cambiando”. Ovvero, mentre studio un sistema lo modifico inserendo dei cambiamenti che – come dei palloni sonda – attraverso i loro effetti mi rimandano ulteriori informazioni sul funzionamento del sistema. Da questa prospettiva è la soluzione che mi spiega il problema e non viceversa.

Un modo di procedere questo che si discosta da modelli logici di intervento di stampo razionalista che seguono una logica ordinaria di ricerca delle cause ipotetiche, ma fa ricorso ad una logica di ricerca di Tentate Soluzioni disfunzionali, le quali secondo un principio di causalità circolare mantengono e alimentano la persistenza del problema.

In quest’ottica, le Tentate Soluzioni assumono il ruolo di veri e propri “riduttori di complessità” del sistema perchè ci forniscono elementi di spiegazione del problema stesso.

Ma cosa intendiamo con il termine “Tentata Soluzione”, costrutto chiave nel modello di Terapia Breve Strategica, evoluto poi da Giorgio Nardone in quello di Sistema Percettivo_reattivo?

Ci riferiamo a tutti quei comportamenti o pensieri che la persona in maniera reiterata mette in atto di fronte ad un problema e proprio per questa loro caratteristica di rigidità, acquistano un peso nella dinamica di persistenza del problema.

Per un terapeuta strategico individuarle rappresenta un mettere il piede nella porta per iniziare a farsi strada; consente di iniziare ad intervenire sulla realtà da modificare e iniziare ad introdurre il cambiamento.

Il conoscere come le persone costruiscono un problema e ne rimangono intrappolate ci consente di iniziare in questo modo a costruire soluzioni.

Il focus della nostra attenzione non è sul perché esiste un problema (diagnosi descrittiva) ma su come funziona e come si mantiene (diagnosi operativa).

In quest’ottica, l’equilibrio disfunzionale tra il soggetto e la sua percezione della realtà è mantenuto proprio dalla messa in atto di questi tentativi di soluzione che magari hanno funzionato nel passato, ma che nel presente non solo non funzionano più ma sono responsabili del mantenimento del problema.

Il nostro obiettivo è spezzare questa circolarità per modificare le percezioni disfunzionali e quindi le reazioni, in ultimo le cognizioni dell’individuo.

Questo ad esempio è ciò che accade nel nostro modello di intervento, anche nel trattamento del disturbo da panico, dove le ridondanze tipiche che emergono in modo ricorrente sono: – il tentativo di evitamento delle situazioni più temute (che conferma ulteriormente la pericolosità della situazione evitata) – la continua richiesta d’aiuto (che alimenta il senso di sfiducia e incapacità nelle proprie risorse) – il tentativo di controllo cognitivo delle proprie reazioni psico-fisiologiche (un tentativo di controllo che porta a perdere il controllo).

La disfunzionalità di questi tentativi dipende dal fatto che nonostante siano messi in atto nella direzione del cambiamento, sono invece responsabili del mantenimento del problema nel presente, perché – come nel caso del panico – alimentano la percezione di paura della persona e l’incapacità nel fronteggiarla.

Attraverso manovre che seguono una logica non ordinaria, l’obiettivo terapeutico una volta individuate le modalità di persistenza del problema o Tentate Soluzioni disfunzionali, sarà quello di condurre la persona in maniera indiretta a sentire piuttosto che capire la disfunzionalità di queste modalità di soluzione messe in atto fino a quel momento e guidarlo a sostituirle con modalità funzionali.

Perché come ci ricorda W. G. Bennis “se continui a fare quello che hai sempre fatto, continuerai ad ottenere ciò che hai sempre avuto”.

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